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Leggerezza e poesia nelle recenti sculture di Gianna Parola.
Testo di Claudio Guarda
Omen est nomen, diceva un noto detto latino: nel nome c'è già spesso
impresso il segno di un destino, la direzione di un'esistenza o di un
fare. È quanto ho subito pensato il giorno in cui, per la prima volta,
mi sono incontrato con le recenti sculture di Gianna Parola: opere
affabulatrici e situazionali ad un tempo, nel senso che fin dal primo
sguardo sembrano voler raccontare un frammento di vita o un'ipotesi di
storia, e mettere in scena una situazione, per certi versi anomala o
improbabile.
Chi è e cosa fa questo personaggio che cammina a passi falcati sul
profilo incurvato del globo, che siede sulla sommità di una piramide e
sembra osservare il mondo da un punto privilegiato, oppure veleggia come
un nocchiero su strane forme organiche? E che significato ha quella sua
sciarpa che si alza leggera nell'aria a rendere l'idea di un moto o di
uno scatto, la sensazione percettiva di un alito di vento? Sono queste,
infatti, alcune domande che, d'acchito, sorgono spontanee in chiunque si
soffermi a dialogare con questi bronzi dalle diverse soluzioni plastiche
ma tutti accomunati non solo da una medesima cifra stilistica bensì
anche, e soprattutto, dal ritorno costante di uno stesso personaggio che
ne diventa l'anima, la figura rivelatrice che le attraversa tutte, nelle
situazioni più diverse. Per questo dicevo che la scultrice Gianna Parola
ci butta subito in medias res, dentro lo sviluppo di una vicenda in
atto, aperta certo a disparati e imprevedibili esiti, ma vissuta in
prima persona sempre da uno stesso attore che fa da file rouge, e
animata comunque da dinamismo e positività.
Perché, a giudicare dallo slancio delle sue movenze o dalle modalità in
cui è raffigurato, questo suo personaggio-protagonista sembra ogni volta
essere sul punto di vivere l'esperienza del viaggio o
dell'attraversamento, a volte anche di spiccare il volo o di averlo
appena concluso, tanto gli è connaturata la sensazione di leggerezza e
levità, da vincere perfino la forza di gravità stessa come se solo a lui
fosse consentito liberarsi dal peso corporale che trattiene tutti noi
mortali ancorati al suolo, e a lui invece di scavalcare muri e ostacoli, di tendere verso un altrove o di
volteggiare nello spazio e di posizionarsi in alto. Di vedere insomma le
cose da un'altra prospettiva e con ben diverso spirito. Forse è proprio lui
l'omino spento o nascosto in tutti noi che supervisiona il mondo e che
esorta a riprendere il cammino, a rimontare la china della rassegnazione e
del pessimismo, a ritrovare fiato e slancio, inducendo una nota di fiducia e
di speranza.
Che è poi anche quanto sembrerebbe suggerire il titolo dell'intera serie e
di ogni singolo pezzo: 'Il mio piccolo principe', con esplicito richiamo al
notissimo racconto di Saint-Exupéry, che è appunto racconto di viaggio e di
scoperta, di esaltazioni e di disillusioni, tra mondi vecchi e nuovi, ma
aperto all'incontro e al dialogo, animato da ritrovata ingenuità e
freschezza. Un'allusione che non vuol essere più di un richiamo, un
suggerimento analogico e nulla di più, consapevoli del fatto che queste
sculture non sono la traduzione in immagini delle vicende narrate dallo
scrittore francese, ma mettono in scena 'il mio piccolo principe'- dice la
scultrice -, vale a dire qualcosa che, a questo punto, è proprio ed
esclusivo di colei che qui sta operando. E non si tratta più solo di ingenua
fanciullezza, ma di mediazione e di accordi tra opposte polarità di cui si
fa rivelatrice proprio la variata elaborazione formale delle sculture, sia
in rapporto tra di loro, sia in rapporto alla fase plastica che
immediatamente le precede.
Le opere recenti si lasciano infatti alle spalle la componente più
espressionistica tipica delle precedenti sculture, incentrate
sostanzialmente sulla figura umana o sul soggetto antropomorfo reso
espressivamente: tanto nella drammaticità di certe posture, nella
contrazione di pose e di gesti, nella riduzione del corpo ad un troncone
incurvato e compresso, privo di arti; quanto nella trattazione della materia
a grumi, a onde o a solchi, e quindi slabbrata corrosa, scavata. A
confronto, subentra adesso il senso di una maggiore distensione, di un
racconto più largo e meno conflagrante, per certi versi più lirico e
poetico, dove si alternano parti qua e là ancora corrose e concitate ma in
relazione dialettica e contrappuntistica con altre dalle superfici assai più
ampie e distese, più lineari e lisce, a volte anzi di una evidente
geometrizzazione dello spazio, dalle
connotazioni chiaramente mentali.
La piramide, la sfera, il cubo sono infatti forme del pensiero astratto e
sublimante, espressione di una geometria universale e simbolica,
tranculturale, che traduce in forme perfette l'aspirazione umana all'ordine
e alla misura, alle armoniche rispondenze. Non così invece il blocco di
travertino scalfito e slabbrato, il troncone di un legno o di una radice su
cui, comunque, pure veleggia o si siede in arcione il piccolo omino con la
sciarpa al vento. C'è insomma un primo evidente polarismo di fondo tra la
assolutezza di alcuni volumi, la geometria delle loro forme, solide e
mentali, e quelle più organiche, biomorfe e residuali che fanno da
contrappunto dialettico alle prime. È evidente che in quest'ultimo caso la
scultura parte dal dialogo con il mondo e le sue forme, con il dato di
natura preesistente (il passato), da considerarsi se non all'origine della
scultura stessa, quanto meno parte attiva e coessenziale alla sua stessa
creazione. Non così, invece, quando l'artista ricorre alle forme di una
geometria mentale.
Ci si renderà allora presto conto che tutta la recente scultura di Gianna
Parola è in definitiva giocata sulla sintesi armonica degli opposti e sulla
interazione dialettica dei contrari, al fine di ricreare un equilibrio che è
però anche una tensione tra forze e forme contrapposte, un'unità armonica
non statica né paciosa, ma mobile e viva, sempre rimessa in questione. Lo si
è visto nella dialettica geometrico-organico, mentale-naturale, ma lo si
veda ancora nel contrappunto, sempre operante, tra presente passato e
futuro, tra staticità (soprattutto di certe forme che fanno da supporto) e
dinamismo, in particolare la mobilità che caratterizza quel piccolo
protagonista dai tratti più mossi e accidentati il quale vi si relaziona e
le cavalca. Oppure ancora, tra la frontalità di alcune opere e la chiara
direzionalità trasversale di altre.
Riconoscere l'operatività di tale dialettica all'interno di queste opere,
significa allora riconoscere che la recente scultura di Gianna Parola, si
pone come luogo emblematico non solo di rinnovata invenzione plastica (per
quanto riguarda il suo percorso artistico), ma anche di una nuova visione
esistenziale fondata sullo sperato accordo dei contrari e su una rinvigorita
fiducia nei confronti del viaggio della vita, che vuol essere dunque viaggio
di ritrovata armonia e speranza, in definitiva di pace e di poesia.
Claudio Guarda |