Terapia di integrazione emotivo-affettiva

L’ E.I.T. può essere considerata una scienza (fondata su una struttura teorica psico-neuro-biologica ed una prassi organizzata su interventi schematici codificati) che si occupa del RECUPERO e della RIABILITAZIONE FUNZIONALE.

In questi termini l’ E.I.T. riassume il suo aspetto di intervento globale sulla persona nella quale vengono considerati aspetti funzionali motori, emotivi, affettivi e cognitivi e, come modello riabilitativo, tiene conto di disfunzioni, di disorganizzazioni, di disabilità.

Ponendo il suo interesse nell’uomo, in una dimensione olistica, l’ E.I.T. non considera malattie, diagnosi e neppure cure, poichè il suo compito non è quello tradizionale di guarire, bensì di ripristinare funzioni in disuso (motorie e/o psichiche) e di riorganizzarle in una inter-relazione armonica che definiamo integrata.

Possiamo anche affermare che l’ E.I.T. non mira solo all’ autosufficienza, come altre scienze della riabilitazione, ma tende a riattivare l’ autonomia , motoria e psichica, l’espressione di un funzionamento efficace dell’autovalorizzazione, di una valida coscienza di sè, di una struttura ioica integrata.

Se la malattia e la menomazione si riferiscono ad anormalità del funzionamento (per distinti motivi) di un organo o di un sistema, l’ E.I.T. si riferisce al ripristino non di una funzione, ma dell’armonico interagire tra funzioni psico-neuro-biologiche che interessano capacità intellettive (memoria, pensiero, creatività, volontà), psicologiche (percezione, attenzione, emotività, affettività), comportamentali, relazionali e sociali. In altre parole, la disabilità, affrontata dall’ E.I.T. non riguarda una specifica funzione, ma il soggetto nel suo insieme, nella sua dimensione olistica disorganizzata da errate interazioni tra sistemi biologici, psico-affettivi e psico-intellettivi.

In questa ottica l’ equilibrio da raggiungere è un VALORE SUPREMO, una virtù che ri-unisce in sè parti intellettive (cognitive), parti creative (emotive) e parti affettive (legate al desiderio ed al piacere auto ed etero-riferito). Le capacità di pensare, di creare e di godere sono, in fondo, quelle funzioni che l’ E.I.T. tende a ripristinare, rinforzare ed integrare in una dimensione che possiamo definire "poetica" e che dà senso alla vita.

La "poetica della vita" è un aspetto ecologico che è "rispetto della natura"e che diventa "rispetto della natura umana" composta di corpo, pensiero, emozioni ed affetti.

E.I.T. come TERAPIA

Quando presentiamo l’ E.I.T. come un intervento terapeutico, ci riferiamo ad una precisa "cultura terapeutica" che sottende ad una posizione teorica fondata sui principi della psicologia dell’ Io, ad una prassi codificata e ad una attenta valutazione dei risultati .

Per altro lato, la "nostra cultura terapeutica" dà una totale preminenza ad una concezione univoca e globale dell’uomo per la quale ci poniamo di fronte ad un individuo che soffre e che ha dei problemi. In questo modo il nostro intervento risponde ai parametri di una "scienza antropologica" che, al di là dei dettami clinici, propone un "incontro interpersonale", capace di cogliere le modulazioni esistenziali, le contrapposizioni, gli smacchi ed i successi.

l’ E.I.T. dunque si basa su :

  • lavoro di gruppo
  • uso della musica
  • utilizzo del movimento e della danza
  • impiego di oggetti simbolici e/o transizionali
  • ricostruzione di situazioni relazionali simboliche

con un continuo controllo ed una attenta interpretazione dei vissuti letti come espressioni fenomenologiche di processi psicodinamici espliciti e/o impliciti e profondi.

Questo approccio "globale" diventa quindi un "percorso" costituito da parti biologiche, psicodinamiche, cognitive, sociali e culturali, ma nel quale si tiene conto della singolarità e della coesistenza, così che l’incontro con l’altro è sempre un "entre-deux" che presuppone anche il coinvolgimento dei terapeuti.

Le "sedute" si trasformano così in "esperienze condivise" ed è proprio questo aspetto che dà significato terapeutico al lavoro finalizzato all’integrazione della personalità, attraverso una "potenza esistenziale delle nostre intuizioni di similarità" (come dicono A. Ballerini e B. Callieri) ed una pregnante ed antropologicamente valida "condivisione". Tale concezione della "funzione terapeutica" si concretizza nel bisogno di empatia, in un atteggiamento di tolleranza e di accettazione, in rassicurazioni oblative e supportive, in contenimento con finalità di incitamento e, soprattutto, in impegno e "presenza" che strutturano un modello ed un "oggetto desiderabile".

Va premesso che la "TERAPIA DI INTEGRAZIONE EMOTIVO-AFFETTIVA" (E.I.T.) è stata strutturata dal Dott. Romeo Lucioni che ha tenuto conto delle sue esperienze terapeutiche, in Argentina ed in Italia, utilizzando diverse tecniche quali:

  • lo psicodramma della scuola di Rojas Bermudez
  • l’eutonia
  • il Tai-Chi-Chuan
  • la Bio-psico-energetica (BPE)
  • il Biofeedback
  • il training autogeno
  • la musicoterapia
  • la Psicodanza di Jaime G. Rojas Bermudez
  • la Biodanza di Rolando Toro Arameda.

Tutte queste applicazioni pratiche si sono aggiunte, senza dubbio, all’osservazione-interpretazione psicodinamica e si sono arricchite dell’esperienza psicoterapeutica individuale e di gruppo così che il significato di integrazione usato nell’ E.I.T. deriva dalla struttura concettuale fondata sulla psicologia dell’ Io posta come cardine o punto focale di partenza (l’analisi) e di arrivo (il dimensionamenti psicologico del soggetto nelle sue dinamiche consce ed inconsce).

Il cammino per arrivare all’ E.I.T. ha conosciuto, nella nostra esperienza, le tappe della TERAPIA SENSOMOTORIA e della TERAPIA EMOTIVO-ESPRESSIVA che, applicate per una decina d’anni nell’ambito della formazione di portatori di handicap psichico in vista del loro inserimento lavorativo, hanno portato a importanti risultati.

L’evoluzione naturale di questi interventi e lo studio accurato dei fondamenti teorici, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra emotività, affettività e cognitività, hanno portato a strutturare le precise modalità tecniche della "terapia- E.I.T." che è già stata applicata per l’autismo. le sindromi regressive, le psicosi giovanili, la malattia di Parkinson e la malattia di Alzheimer.

PSICODRAMMA - PSICODANZA - BIODANZA

MUSICOTERAPIA - TAI-CHI-CHUAN - EUTONIA

BIOENERGETICA

ê

 

TERAPIA EMOTIVO-ESPRESSIVA

TERAPIA SENSO-MOTORIA

 

ê

E. I. T.

TERAPIA DI INTEGRAZIONE EMOTIVO-AFFETTIVA

MUSICA, MOVIMENTO, DANZA, CONTATTO, USO DI OGGETTI SIMBOLICI

GRUPPO TERAPEUTICO

DIRETTORE, TERAPEUTI, AUSILIARI, PARENTI, VOLONTARI

 

ê

PARKINSON - ALZHEIMER

AUTISMO - SINDROMI REGRESSIVE

PSICOSI GIOVANILI - HANDICAP PSICHICO

Per meglio inquadrare le caratteristiche dell’ E.I.T. possiamo evidenziare:

Fondamenti teorici

Si collegano alla ricomposizione armonica delle funzioni dell’ Io, cercando di raggiungere un equilibrio tra elementi istintivi (Ideale dell’ Io) e cognitivo-relazionali (Super Io). Questa omeostasi psichica si raggiunge attraverso continue modulazioni sostenute dalle dinamiche affettive fondate sui "valori" e sul feedback.

Aspettative

Trattandosi di promuovere lo sviluppo di un Io integrato, si evidenziano gli obiettivi che consistono nel controllo di quelle parti deficitarie che caratterizzano la "debolezza dell’ Io. Si tratta di :

  • contenere l’invasività delle reazioni emotive;
  • recuperare le capacità mnestiche, di breve e lungo termine, che riguardano il Sè ed il mondo esterno;
  • sviluppare una motricità complessa;
  • stimolare la partecipazione sociale;
  • raggiungere un buon livello di tenuta;
  • potenziare il senso di valore nella partecipazione;
  • dilatare lo stato di coscienza sviluppando le aree percettive;
  • sviluppare una maggiore motivazione alla vita.

Obiettivi

  • creare i presupposti per rompere l’isolamento e sviluppare motivazioni alle relazioni interpersonali;
  • togliere dalla confusione riproponendo i vissuti del qui e ora;
  • valorizzare l’empatia come via di incontro e arricchimento personale;
  • ricomporre la dimensione della "pelle psichica" per meglio organizzare i rapporti tra interno ed esterno.

Tecnica

Le sedute di E.I.T. sono organizzate contando sull’utilizzo della musica, del movimento, della danza, dell’incontro, della partecipazione paritetica ad attività di gruppo che servono da stimolo, da confronto, da "occasione" per proporsi come "oggetto privilegiato" in un insieme di "oggetti valorizzati".

Risultati

I benefici più evidenti che si sono ottenuti, riguardano:

  • l’attiva partecipazione dei parenti a tutte le "attività";
  • il recupero mnestico delle esperienze vissute con intensità emotiva;
  • sviluppo del senso di sè e delle proprie potenzialità;
  • recupero delle funzionalità motorie semplici e complesse;
  • maggior tenuta nei tempi operativi;
  • miglioramento dello spazio vitale;
  • sviluppo della partecipazione affettiva;
  • incremento delle capacità creative.

Limiti

riguardano soprattutto :

  • la specializzazione richiesta al medico-direttore e agli operatori, io-ausiliare e volontari che hanno il compito di pianificare, organizzare, condurre e controllare le sedute, adattandole ai bisogni dei singoli e del gruppo, attuando un continuo controllo del setting, oltre che fungere da elemento trascinante e di riferimento;
  • lo spazio appropriato (palestra) e la necessità di attrezzature per la musica, per il controllo (circuito televisivo) e per gli esami di valutazione (laboratori e studi medici);
  • l’ E.I.T. non può essere attivata con pazienti molto deteriorati.

Vantaggi

  • si ottengono rapidi miglioramenti sul piano comportamentale e della partecipazione;
  • si sviluppa un forte coinvolgimento empatico, attraverso il quale si ottiene un notevole adattamento alle situazioni operative ed il recupero delle funzioni motorie che rappresentano un importante fattore di integrazione personologica;
  • un evidente coinvolgimento dei parenti, dei caregivers, dei collaboratori e dei volontari che dimostrano un aumento della disponibilità, della solidarietà e delle capacità relazionali che diventano più duttili, più efficaci e più ricche;
  • riabilitare "dal di dentro", cioè stimolando la partecipazione affettiva e non usando regole e/o imposizioni; ciò conduce ad una acquisizione di funzioni e di obiettivi che diventano stabili e memorizzabili.

 

E.I.T. ed INTEGRAZIONE OPERATIVA

AREE DI APPLICAZIONE

A = Potenzialità percettivo-motorie

Coordinazione

Agilità

Flessibilità

Reciprocità avanti - indietro ; destra - sinistra

 

B = Modulazione emotiva

Senso di piacere

Controllo delle ansie

Dilatazione della coscienza

 

C = Sviluppo affettivo

Scoperta dell' altro

Capacità di adattamento

Disponibilità a concederci

Obbedienza ed emulazione

Attitudine a chiedere, agire, proporre

 

D = Incremento cognitivo

Sviluppo della memoria

Incremento della creatività

Per ogni area di applicazione sono previsti 4 items di operatività:

  • il senso-motorio
  • l’ emotivo-espressivo
  • l’ affettivo-relazionale
  • il cognitivo

A - Potenzialità percettivo-motoria

B - Modulazione emotiva

A1- senso-motorio

Camminare e muoversi nelle quattro direzioni

Muovere le braccia nello spazio

Muovere le mani a farfalla

Afferrare cuscini, palle, palline, cerchi, ecc.

Muovere bastoni nello spazio

Acquisire sicurezza nei movimenti coordinati e/o complessi

Colpire un oggetto con le mani o con un bastone

Rilassamento

Esercizi da seduti e/o sdraiati

B1- senso-motorio

Senso di piacere nel muoversi

Senso di piacere nel ritmo e nella danza

Validazione del proprio piacere

Senso di piacere nell’utilizzare la mimica

A2- emotivo-espressivo

Senso di sè nello spazio

Senso di sè con modificazioni di tempo (velocità)

Farsi vedere in mezzo agli altri

Sentire l’emozione di dire il proprio nome

Manifestare con la danza i propri sentimenti

Soffermarsi sull’emozione di percepire sensazioni propriocettivo-cenestesiche

B2- emotivo-espressivo

Sviluppare il desiderio di esprimere i propri sentimenti attraverso la postura, la motricità e la danza

Abbassare il livello di ansia legato all’incontro con l’altro

Sradicare sensi di vergogna

A3- affettivo-relazionale

Dare e ricevere oggetti

Migliorare il rapporto affettivo con il proprio corpo

Guardarsi negli occhi accarezzarsi e abbracciarsi

Muoversi (camminare, saltare) insieme

B3- affettivo-relazionale

Sentire piacere nell’avvicinarsi all’altro, nella carezza, nell’ abbraccio

Cercare nuove relazioni con i terapeuti ed i compagni

Elevare il tono dell’umore

A4- cognitivo

Apprendere movimenti complessi dimenticati o in disuso

Ricordare movimenti e giochi

Proporre alternative alle iniziative

Acquisire schemi corporei più organici

B4- cognitivo

Ricordare le proprie emozioni

Cercare di parlare con i propri compagni delle esperienze vissute

C - Sviluppo affettivo

D - Incremento cognitivo

C1- senso-motorio

Verso di sé

Desiderio di partecipare

Desiderio di farsi vedere

Riconoscere i propri movimenti

Arricchire il comportamento

Arricchire le modalità

Verso gli altri

Vedere gli altri e apprezzarli

Riconoscere le qualità dei movimenti degli altri

D1- senso-motorio

Capire i movimenti

Capire lo spostamento del baricentro

Riconoscere il proprio piacere

Avere autocoscienza delle proprie espressioni

C2- emotivo-espressivo

Emozionarsi nel riconoscere come ben eseguiti i propri movimenti e le proprie espressioni

Stabilire empaticamente una buona relazione

D2- emotivo-espressivo

Capire e ricordare come le proprie

Azioni-reazioni agiscono sul

Setting relazionale

C3- affettivo-relazionale

Desiderare di migliorare se stessi nel proprio comportamento

Volere migliorare le performances

Partecipare alle emozioni degli altri

Salutare gli altri espansivamente

Accettare il giudizio degli altri

Vivere il proprio comportamento con il controllo del feedback

Elevare l’autostima e l’autonomia

D3- affettivo-relazionale

Riconoscere gli altri come Importanti

Esprimere le proprie preferenze

Rafforzare la propria identità e l’autenticità 

C4- cognitivo

Riconoscere validi i propri desideri

Desiderare di migliorare le proprie capacità relazionali

Ricordare la partecipazione dei compagni

D4- cognitivo

Riconoscere le proprie risposte adattive, partecipative e volitive

Migliorare e vivificare il contatto con la realtà

L’ E.I.T. come "regime terapeutico" non ha solo l’obiettivo di rendere il soggetto più adatto alle esigenze sociali, ma, ambiziosamente, vuole portarlo a scegliere alternative psico-mentali più consone ad una integrazione personologica e ad un dimensionamento ioico atti ad una vita soggettiva e relazionale modulata, polifunzionale, soddisfacente e creativa.

Questo intervento specialistico presenta caratteristiche peculiari che lo rendono "dialogico", caratterizzato cioé da un costante scambio di informazioni tra pazienti e operatori che strutturano un rapporto empatico e globale, rendendo possibile:

  • stabilire un sistema di "ascolto forte" capace di valorizzare i vissuti e le iniziative dei pazienti il cui comportamento è sempre un "linguaggio";
  • valorizzare le comunicazioni, esplicite ed implicite, perchè capaci di far luce sui bisogni e sulle aspettative, la cui coartazione è fonte di disabilità;
  • provocare "disequilibri" per i quali le dinamiche adattive risultino modelli di crescita, di divenire, di cambiamento;
  • agire stimolazioni estetiche, affettive e cognitive per provocare "folgorazioni" capaci di predisporre al raggiungimento di un Sè valido ed accettabile, oltre che un "ruolo" positivo, soddisfacente e stimolante;
  • raggiungere una integrazione motoria, emotiva, affettiva e cognitiva utilizzando tecniche capaci di sfruttare atteggiamenti ludici e ricreativi, oltre che quelli derivati dall’auto-osservazione, dalla riflessione, dal confronto, dal riproporre, in maniera catartica, la propria storia e le proprie esperienze.

In altre parole, l’ E.I.T. si propone come mezzo per superare le "debolezza dell’ Io" e così dare ai pazienti la possibilità di crescere olisticamente, formattando una personalità più adeguata alle necessità imposte dai limiti personali oltre che dalle necessità sociali e relazionali.

E’ importante sottolineare che recuperare :

  • una immagine di sè poderosa ed esteticamente valida;
  • un senso di potere e di poter cambiare;
  • una dimensione relazionale per la quale compromettersi e confrontarsi;
  • una possibilità dialogica, verbale e non, ricca, modulata ed adeguata alle situazioni;
  • una progettualità che trascenda il qui e ora per porsi nell’ambito delle prospettive;
  • la capacità di operare con spontaneità e libertà;
  • un valore olistico del Sè che funga da supporto per accettare gli altri

comporta un lungo cammino che si riassume nella dimensione del credere, del volere e dell’amare, oltre che del pensare il Sè, la realtà, il mondo, gli altri ed anche "pensare il proprio pensiero".

Le basi teoriche dell’ E.I.T. e la struttura organica e ponderata della sua operatività, attuata con l’accompagnamento della musica e attraverso il movimento e la danza, fanno di questo strumento terapeutico una straordinaria fonte di osservazioni, di studio, di progettazione, sempre però secondarie al vero scopo, alla finalità principale che è quella di rendere "persone" i portatori di deficit e di donare loro speranza, se non la sicurezza di poter raggiungere un miglioramento della loro qualità della vita, attraverso una presa di coscienza delle proprie capacità, delle proiezioni e dei progetti che danno un senso alla vita e del Sè come unità olistica capace di autostrutturarsi, autovalorizzarsi e proporsi come VALORE in un mondo nuovo, fondato sul rispetto della dignità e del diritto a sviluppare le proprie potenzialità totali, parziali e/o residue.


RESOCONTO DELL'INCONTRO CON IL PROF. ROMEO LUCIONI
TORINO - 30 APRILE 1998

Silvia Pedota e Davide Scheriani

Laureandi in psicologia all’Università di Torino

A seguito del dibattito svoltosi presso il Centro Aurora dell’ASL di Torino, è emersa la fondamentale importanza di un approccio clinico-ideografico di tipo allargato: esaltazione della "prassi", non semplicemente intesa come "prestazione-intervento" sulle menomate risorse cognitive di un paziente neurologico, ma nel senso di spunto per l’analisi e l’implementazione di un approccio terapeutico ad un soggetto, inserito nel suo contesto familiare drammaticamente posto di fronte ad una esperienza di progressiva "perdita".

Questa ecologia di approccio esalta la "specificità della relazione" come strumento collettivo di accesso al patrimonio "soggettivo" del malato che, si suppone, non annichilito, ma piuttosto "isolato" dalla demenza.

Il nucleo di personalità del paziente Alzheimer risulterebbe menomato da una sostanziale difficoltà di accesso alle potenzialità residue di memoria, di orientamento auto- ed etero-centrato, di rapporto attivo con l’ambiente. In particolare, tale limitazione incide soprattutto sulle possibilità di definizione e di mantenimento del proprio senso di Sé: il paziente sviluppa delle "condotte" e delle modalità di relazione che si slegano dai normali controlli imposti da un equilibrio personale, gestito dall’intersezione di complessi piani cognitivi, emotivi ed affettivi, che tende a scivolare inesorabilmente verso manifestazioni sintomatologiche che vedono una netta preminenza delle componenti emotive primitive, a fronte di un sostanziale "appiattimento affettivo".

Partendo da un’analisi clinica prettamente improntata alla ricerca di manifestazioni ricorrenti e di "costanti" nei quadri anamnestici dell’Alzheimer, Lucioni ha individuato la tendenza ad una perdita dei valori del Sé, risultante dalla progressiva atrofia delle strategie cognitive e delle valenze affettive (frequentemente si osserva che questi pazienti, oltre a non essere più in grado di affrontare gli impegni quotidiani, sviluppano forme di agnosia nei confronti delle principali figure di riferimento, anche nello stesso ambito familiare).

La tensione, che si crea nel "rapporto" con l’esterno, è mantenuta nell’ambito emotivo e si estrinseca ad un livello "primario", quasi istintuale: il soggetto introietta la folta gamma di pulsioni derivanti dal suo contatto con il mondo: perde, progressivamente, i contorni "razionali" e le valenze ad esso associate; mantiene una condotta fortemente difensiva, ma, al tempo stesso improntata sul primato dell’ ISTINTIVITÀ e della rinuncia al controllo delle proprie azioni, paradossalmente legate al bisogno di contenimento e di una "relazione rassicurante".

Sovente, infatti, alcuni malati si riferiscono al caregiver (sia esso famigliare o operatore) come ad una figura parentale per lo più "materna", cui si associa il bisogno di essere protetti e capiti.

Tenendo in stretta considerazione questo preminente canale di espressione del paziente Alzheimer, cioè quello dell’emotività, dell’immediatezza e dell’assolutezza, Lucioni ha scandagliato le possibilità di un intervento riabilitativo in un campo strettamente connesso con quello della "reattività motoria". La sua E.I.T. (terapia di integrazione emotivo-affettiva), prendendo le mosse da modelli clinici collaudati, quali la ROT e la Validation Terapy, e da approcci eterodossi, quali il TAI CHI CHUAN e la BIODANZA (che paiono porre le premesse per esiti altamente stimolanti), si pone il traguardo di attivare un modello pratico di intervento che agisca sulle componenti primarie ed istintive della personalità per ristabilire un più valido riconoscimento del Sé e dei valori ad esso associati. In questa psicoterapia, anche la relazione tra il malato ed il caregiver (entrambi coinvolti nel "setting") diventa strumento principale di cambiamento e di contenimento di una perduta "prospetticità" all’esistenza.

Il deterioramento della memoria (peculiarità sintomatologica della malattia) porta infatti il paziente a confondere i piani temporali del proprio vivere e del proprio "essere nel mondo": egli perde progressivamente la coscienza di essere stato figlio/a in passato, oppure padre/madre o nonno/a nel presente e non può più contare sul valore che queste dimensioni soggettive assumono per il proprio Sé.

Il vissuto intrapsichico dei pazienti si riconduce ad una sostanziale "condensazione" (meccanismo tipico del principio primario) di esperienze e di conoscenze, che rifuggono da un ordinamento prospettico di successione temporale e di attribuzione di importanza. Tale difficoltà si traduce, sul piano motorio, in una incapacità a compiere movimenti complessi coordinati (Pattern Motori).

I presupposti teorici dell’ E.I.T. rivendicano l’importanza di una relazione giocata a livelli "immediati", entro i quali lo psichismo del paziente mantiene ancora una relativa potenzialità di espressione. Questa iniziale propensione alla "fisicità" ha il fine di ristabilire contatti con le componenti più strutturate della personalità.

Sul piano operativo, il modello prevede "incontri" tra gruppi di pazienti, famigliari ed operatori, ove è possibile stabilire una interrelazione univoca con un referente (che però potrà cambiare nel corso della terapia) in un’atmosfera che racchiude le potenziali valenze del rapporto che si stabilisce nel ballo e nell’esercizio fisico.

Strumenti principali per lo svolgimento dell’ E.I.T. sono la musica (per lo più di tipo "non classico", ritenuta legata a componenti fruitive di derivazione "cognitiva" non immediata) e una serie di oggetti transazionali (come palle, cuscini, foulards, bastoni) atti alla modulazione di una esperienza che, in ogni caso, si presenta inconsueta e potenzialmente ansiogena.

Per la diade famigliare-paziente è necessario considerare attentamente il significato che comporta l’essere entrambi coinvolti in un momento di profonda riconsiderazione delle reciproche posizioni in rapporto alla presenza di un evento tanto destrutturante come la diagnosi di una demenza, nell’orizzonte intrapsichico dei soggetti.

La tensione dei caregivers, impegnati nel far migliorare la qualità della vita del loro paziente, non facilita la fiducia nelle possibilità di riuscita dei modelli riabilitativi, ma è da supporre che la ferita narcisistica inferta dall’avvento della malattia colpisca sia il diretto interessato, che i suoi parenti, spinti ad aderire a dinamiche difensive tese alla rassegnazione ed all’allontanamento dei sensi di colpa nei confronti del malato (nel quale inevitabilmente ci si rispecchia)-(IPOTESI GENETICA: familiarità). In questo modo i famigliari si mostrano più favorevoli a terapie farmacologiche (indirizzate alla riduzione delle manifestazioni sintomatologiche di stampo psichiatrico) che a modelli che conducono alla ristrutturazione delle dinamiche intragruppali ed intrapersonali. Nell’ E.I.T. queste resistenze inconsce sono attenuate da una strategia mirata a "disaccoppiare", nel corso dei primi incontri, il paziente dal proprio famigliare: é più difficile mettere in gioco una dinamica relazionale collaudata di salvaguardia dei rispettivi Sé (cioè il famigliare si affretta a giustificare il congiunto affermando che il "lavoro" è per lui troppo impegnativo o, al contrario, poco stimolante; il paziente potrà, quindi, rispecchiare questa condotta accampando una cronica "stanchezza").

Chiamati ad "intessere", nel corso degli incontri, nuove relazioni con persone estranee, i caregivers si sentiranno più stimolati ad impegnarsi e ad impegnare il proprio referente in un "gioco relazionale" di stimolo alla crescita, al "provare insieme".

Dopo una prima serie di sedute, al famigliare sarà data l’occasione di "ritrovare" il proprio coniuge o genitore e di scoprire come questo abbia compiuto progressi considerevoli e, libero da angosce ed aperto alla relazione profonda, prerogativa essenziale al "recupero", e abbia acquisito una mentalità "nuova", volta all’incontro.

Si attua una attività parallela psicoeducativa, che trasforma dell’atteggiamento dei famigliari, teso al superamento dell’oggettualità del malato; in quest’ottica che "riconsidera il concetto stesso di disabilità", si comprende quanto sia importante la strutturazione di una relazione "reale" tra caregiver e paziente, che avverte il supporto ricevuto dall’esterno come fondamento solido ed incoraggiamento per il recupero di capacità e di abilità molto più frequentemente inibite, piuttosto che totalmente perdute.

Si nota che il malato, inizialmente diffidente, rifiuta la terapia, preferendo soffermarsi ad osservare, si distacca progressivamente dalla tipica rigidità psicologica giustificata da una cronica ed immobilizzante stanchezza, per passare alla partecipazione che testimonia vivo interesse per l’evento "insolito". Tale esperienza incomincia dunque a configurarsi come un vero e proprio setting la cui regolarità nel tempo viene avvertita dal paziente (che inizia a domandare: "Quando andiamo ancora a ballare?") e costituisce lo spunto per recuperare un embrionale senso prospettico, prerogativa all’irrobustimento del senso di Sé.

Il momento della seduta viene così a costituire un NODO su cui si incentrano gli "investimenti" del malato, non più in balia di un "esistere condensato" (per cui il passato è indistinguibile dal futuro), ma relativamente in grado di dare significato e valore a particolari momenti del suo "essere nel mondo".

La rinnovata capacità di comprendere movimenti complessi che implicano una pianificazione delle singole mosse da compiere ed una diacronica successione di eventi da considerare, riporta il paziente ad un "principio di realtà" entro il quale è possibile osservare la trasformazione di una pulsione in una prospettiva articolabile e quindi controllabile.

L’iniziale potenzialità ansiogena, costituita dall’approccio con un modello di stimolazione e di "contatto interpersonale" tanto coinvolgente, diviene allora, in un’ottica di tipo psicodinamico, un veicolo di ristrutturazione del Sé, attraverso relazioni significative che non tendono tanto a ristabilire una "punteggiatura" (per usare una terminologia cara all’approccio sistemico) che si sviluppi sul piano del linguaggio corporeo, quanto su quello della "comunicazione tra soggetti". Le manifestazioni di tipo motorio non sono interpretate sulla base di un’estrinseca corrispondenza di significati, ma inserite nel quadro comunicativo che si forma, momento dopo momento, nel contesto della relazione.

Questo è il motivo per cui l’applicazione dell’ E.I.T. necessita del supporto e dell’impegno diretto di professionisti dell’ambito psicoterapeutico, affinché i risultati ottenuti dalla prassi riabilitativa vengano approfonditi e collocati in un processo di formazione e di recupero di tipo intra- ed inter-personale.

In questa prospettiva, anche l’introduzione di terapie farmacologiche di tipo colinergico perde la sua finalità di rimedio a manifestazioni psichiatriche della sindrome o di presupposta utilità ai fini di un limitato recupero sul piano cognitivo, per costituirsi come elemento positivo di supporto alle condizioni di DISPONIBILITÀ ALLA COLLABORAZIONE rispetto agli esercizi svolti. Il farmaco dunque, assume una valenza di accessorietà rispetto alla centralità della terapia integrativa, in seno alla quale le più moderne ipotesi di tipo neuropsicologico (basate sulle potenzialità attribuite alla plasticità neuronale ed ai circuiti vicarianti) sono inserite in un contesto globale di recupero della persona affetta dal morbo di Alzheimer, al di là della "patologicità" con la quale viene usualmente interpretato e trattato.

In virtù di tali presupposti, si comprende come il lavoro svolto nel corso dell’ E.I.T. sia globalmente impostato nell’ottica di "mettere da parte il NOI": la finalità non è semplicemente riassunta nell’inglobare il soggetto in un "NOI" impersonale, ma di ricondurlo a recuperare il senso di un "IO" ancora presente ed attivo, nonostante la malattia.

Considerando questo aspetto, non si sovrappone la "socializzazione" alla "riabilitazione": nel rapporto "prezioso" tra assistito e caregiver si promuove il senso di una "vera" individualità dei soggetti.

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updated 05.07.16