
Biagio Altomare
Nato a Luzzi, nel 1957, ha conseguito, nel 1976, la maturità artistica
nella sezione di architettura del Liceo di Cosenza e, nel 1980, il
diploma di scultura presso l’Accademia di Belle arti di Bologna.
Nel periodo bolognese si è confrontato con la grafica e la scultura,
in particolare in pietra, bronzo e rame.
Nel 1984 giunge a Locarno, ove inizia la ricerca che darà vita, dopo
un periodo di lavoro con il legno, alle « sculture pittoriche » che lo
caratterizzano.
Dal 1999 vive e lavora a Losone. |
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Esposizioni : |
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1987 |
Galleria Cà dal Portic,
Locarno
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1990 |
Galleria Cà dal Portic,
Locarno
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1992 |
Biblioteca Cantonale,
Palazzo Morettini, Locarno
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1993 |
Spazio XXI Bellinzona
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1999 |
Casa Cavallier Pellanda,
Biasca
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2001 |
Installazione Pangea,
Monte Verità, Ascona
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2002 |
Galleria La Casa, Vaglio
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2003 |
Galleria Amman, Locarno
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Opere grafiche: |
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Percezioni in divenire,
cartella di 4 grafiche, « La stampa per i torchi de l’Impressione »,
Locarno, febbraio 2002 |
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Strutture racchiuse,
cartella di 4 grafiche, « La stampa per i torchi de l’Impressione »,
Locarno, ottobre 2002 |
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Essere, cartella grafica e
poesia, « La stampa per i torchi de l’Impressione », Locarno, dicembre
2003 |
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Mutamento; cartella di
grafica e poesia, « La stampa per i torchi de l’Impressione »,
Locarno, dicembre 2004 |
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Opere di Biagio Altomare
si trovano in diverse collezioni pubbliche e private, fra le quali : |
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Ragim Fiduciaria,
collezione Lugano 1990 |
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Credit Suisse, collezione
Bellinzona 1994 e 1999 |
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Credit Suisse, collezione
Chiasso 1996 |
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Assimedia Assicurazioni,
collezione Locarno 1997 |
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Comune di Biasca,
collezione « Casa Cavalier Pellanda » 1999 |
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Bibliografia |
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Federica Branca Masa,
Coscienza e limite, presentazione mostra alla Galleria Ca’ dal Portic,
Locarno, marzo 1987 |
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Federica Branca Masa, La
stratificazione, presentazione mostra Galleria Ca’ dal Portic,
Locarno, maggio 1990 |
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Claudio Guarda, Sculture
pittoriche, in Eco di Locarno, Locarno, 16/18 giugno 1990 |
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Nani Razetti, Strutture
pittoriche, in Libera Stampa, Lugano, 18 giugno 1990 |
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Luigi Cavadini, Dentro lo
spazio, in catalogo mostra Galleria Spazio XXI, Bellinzona, marzo 1993 |
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Ivo Monighetti, Un rugoso
silenzio, in catalogo mostra Casa Cavalier Pellanda, Biasca, ottobre
1999 |
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Martino Beltrani, Natura e
realtà primordiale, in Giornale del Popolo, 7 dicembre 1999 |
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Graziano Terrani,
Programma Il Quotidiano, RSI, Lugano, dicembre 1999 |
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Martino Beltrani, Spazio
pensiero, presentazione mostra Galleria La Casa, Vaglio, febbraio 2002 |
Natura e realtà
primordiale di
Martino Beltrani
Quando si dice che l'opera d'arte è per sua essenza "polisemica", si
intende dire che la percezione estetica dell'oggetto consente a
quest'ultimo di squadernare tutte le sue potenzialità latenti. Questo
vale più che mai per le «sculture pittoriche» di Biagio Altomare.
Opere che, scavalcando il limite del vincolo figurativo, si propongono
come idoli enigmatici, allusivi come i totem, le maschere sacre, le
pitture rupestri delle culture «selvagge»: quasi palpebre socchiuse su
dimensioni sconosciute, manufatti «ancestrali» aperti al gioco
infinito delle letture, delle libere decostruzioni interpretative,
delle proiezioni e delle interrogazioni soggettive. Ciò che in questi
lavori sembra reclamare un'attenzione prioritaria è un palese richiamo
alla realtà primordiale degli elementi della natura: la matericità
oscura e scabrosa della terra (sovranamente resa nel bruno Van Dick),
la levità dell'aria, la fluida profondità dell'acqua, la potenza
rigeneratrice del fuoco sembrano costituire I'alfabeto di base di un
lavoro alchemico che continuamente li depura e li coagula, li
ricombina e li distilla, li cristallizza e li sublima, quasi a
riprodurre le fasi della ricerca spirituale della Pietra Filosofale:
l'opera al nero, al bianco, al rosso.
Ma non si tratta di archetipi astratti, bensì dei graffiti di
un'esperienza personale nutrita di paesaggi, colori, sensazioni,
luminosità particolari. C'è - sicuramente - il richiamo alla rude
spiritualità e ai volumi rigorosi dell'arte romanica e alle tinte
terrigne delle pitture etrusche, alla immobilità trattenuta delle
sculture arcaiche, ma c'è soprattutto l'aura mitica che promana dai
monti, dai fiumi, dai dirupi a strapiombo, dai boschi e dalle grotte
misteriose della natia Calabria. Ci sono i colori della vallata del
«turgido Crati dalla bionda chioma» (Euripide), della spianata di
Sibari, degli uliveti mediterranei, gli echi remoti ed atavici delle
terre dell'Enotria, dell'Auruncia, dell'Ausonia, ove passarono e si
sedimentarono stirpi protoitaliche ed elleniche, latine e puniche,
normanne e saracene, bizantine, albanesi. Di questi umori arcaici,
biograficamente stratificati - in qualche modo - nei paesaggi
dell'anima, è nutrita l'apparente staticità atemporale di queste
tavole, e ciò spiega il fascino intenso e meditativo che ne promana.
Una seconda caratteristica è data però dall'aspetto dinamico del
lavoro di Altomare. Il suo approccio al mondo naturale mira infatti a
tradurre in termini visivi la pura energia vibratoria del sasso o del
tronco di volta riarsi o inceneriti dal fuoco, levigati dal vento e
dall'acqua, mediante un' azione che I'artista rievoca e rivive nel
movimento muscolare delle mani nude o munite di spatola piuttosto che
di pennello.
Due parole chiave che possono rendere ragione dell'esperienza
artistica di Biagio Altomare sono quindi gestualità ed evocazione.
Gestualità significa una trasmissione diretta, dalla mano allo spazio
rappresentativo, dei ritmi del corpo, delle energie fisiche sottili
che danzano nel sistema nervoso dell' artista. La tela, la tavola, il
foglio diventano così un campo di forza che dà forma all'azione e
custodisce il respiro interiore che la anima. Siamo però lontani
dall'immediatezza istintiva che troviamo, ad esempio, nel vitalismo
espressionistico di un Jackson Pollock. Qui si tratta invece di un
artigianato sapiente alimentato da una professionalità coltivata e da
un gusto consapevole e maturo. L'evocazione riguarda invece non la
memoria fotografica, ma una presa di contatto con l'energia dei luoghi
e delle forme. Si tratta di una sensibilità che ha a che fare con
l'antica arte taoista del Feng Shui, una pratica spirituale
dell'antica tradizione cinese che consiste nel coltivare la capacità
di entrare in un' onda di sintonia sottile con le forze della natura e
dell'ambiente. Arriviamo così ad una terza e decisiva parola chiave
che ci consente di entrare nel mondo artistico di Biagio Altomare:
l'apertura al Sacro. Ciò significa che l'oggetto estetico va oltre la
propria, stessa bellezza formale per proporsi anche come strumento di
allineamento interiore o come canale di uno stupore cosmico. È in
questo senso che si parlava, ad apertura di articolo, di totem, di
maschere sacre, di pitture rupestri: uno sguardo attonito verso la
dimensione segreta che si nasconde alle spalle delle forme familiari
della realtà visibile. Una dimensione dove la materia si ancora ad un
vuoto animato da energie sotterranee. È qui, probabilmente, il segreto
dei corrugamenti inquietanti, delle vertiginose verticalità, degli
equilibri miracolosi attraverso cui sembra di sentire spirare un
richiamo al silenzio.
Martino Beltrani
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BIOGRAFIA DI
Biagio Altomare

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